Tradizione e Innovazione nella Tuscia Romana

Azione di Recupero Culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La cultura siamo noi Noi la parola

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli - o c'è o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

I testi originali in questa pagina sono © di Massimo Perugini e Mauro Sarnari, le immagini originali sono rispettivamente © di Sandro Carradori, Giuseppe Curatolo, Sandro Merlo, Giuseppe "Pino" Pesci, Socrate Pontanari e Mauro Sala, il materiale è redatto ed edidato da Luciano Russo: la Redazione ringrazia gli autori per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale

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"Per non dimenticare" di Massimo Perugini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prefazione del Prof. Mauro Sarnari al lavoro di Massimo Perugini

La memoria

Per non dimenticare

 

Prefazione del Prof. Mauro Sarnari
Et alteri – Una nota a piè di pagina
Parte Prima – "Scava, scava, che mamma sta qui sotto!"
Giovedì, 1° giugno 1944
Gennaio 1940-XVIII
Giugno 1940-XVIII
Giugno 1941-XIX
Dicembre 1941-XIX
Maggio 1943-XXI
Luglio 1943-XXI
Settembre 1943-XXI

70° Anniversario della prima Resistenza anti-tedesca sulla nostra terra il 9 settembre 1943
Ottobre 1943-XXI
Novembre 1943-XXI

70° Anniversario dell’Eccidio di Sutri - 21 novembre 1943
Dicembre 1943-XXI
Inverno 1943-1944

Gennaio 1944

Marzo 1944

Aprile 1944

Maggio 1944

Giugno 1944

70° Anniversario del Bombardamento Alleato di Bracciano - 1 giugno 1944

 

Diario di guerra del territorio della Tuscia Romana 1943-1944

Una doverosa pausa su Pietro Badoglio

La Repubblica Sociale Italiana, 1943-1945

 

 

Massimo Perugini Una presentazione

Luciano Russo – Una presentazione 

 

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Libro dei Visitatori

 

 

Il piccolo monumento a memoria dell'eccidio di Sutri del 17 novembre 1943.

 

 

Prefazione del Prof. Mauro Sarnari al lavoro di Massimo Perugini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La memoria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La memoria è una struttura funzionale del nostro cervello.

 

Parlare, dialogare o pensare, oltre che operare, ci è possibile, solo utilizzando il ricordo, più o meno nitido, di quanto già fatto, pensato, detto, visto, scritto, annusato, toccato, intuito...

 

Ciò che facciamo, pur meccanicamente, è fondato su ciò che ci è stato tramandato-insegnato o che, non sappiamo più come e quando, abbiamo introiettato.

 

Fatto salvo il meccanismo che la produce, la memoria è il fondamento dell'intera nostra facoltà intellettiva, dunque della nostra sopravvivenza e delle nostre possibilità di sviluppo: senza di essa la specie umana non sarebbe sopravvissuta; ancor oggi i nostri errori risultano gravi o addirittura irreparabili, se il rapporto tra memoria, intelletto, quantità e qualità delle conoscenze, si fa precario, debole, inconsistente.

 

 

Il quadro esperienziale complessivo ha, perciò, continua necessità di essere considerato e riconsiderato, nell'insieme e nel particolare e, per quanto si può, equilibrato, confrontato, rinnovato, rivissuto.

 

La funzione memoria a essenziale in tutte le fasi della vita, da quelle più quotidiane, considerate troppo spesso "banali", a quelle che richiedono maggiore impegno: collabora alla formulazione del dubbio, delle intuizioni e delle ipotesi, alla ricerca selettiva delle prove necessarie, alla loro eventuale conferma, all'assunzione di responsabilità e decisioni (fase politica); se, quando e nella misura in cui, essa nutrita, arricchita, stimolata.

 

 

La memoria è diventata, nel corso di millenni, parte di noi: camminiamo, guidiamo, parliamo, diversamente e più o meno "correttamente", a seconda di dove siamo nati, di chi ci ha fatto nascere, di chi ci ha educato, di chi abbiamo frequentato, di ciò che abbiamo ascoltato e letto; secondo, cioè, quanto penetrato e penetra ancora in noi, in modo più, meno o per niente cosciente, in ogni attimo della nostra vita.

 

Purtroppo, quando si deve scegliere quale parte del bagaglio della memoria incrementare e trasmettere, oggi che tutto appare e scompare cosi rapidamente, si ricorre, troppo frequentemente, all'effimero della "cultura" imperante: ai canali già percorsi, condizionati e condizionanti, già predisposti alla visione per la visione, all'ascolto per l'ascolto, al mercato per il mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per non dimenticare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Per non dimenticare", di Massimo Perugini, è articolato in due sezioni, una che descrive i fatti del dopo 8 Settembre '43, l'altra il pre e il post guerra fino e oltre il boom economico, a Bracciano e dintorni, è un'eccezione nella regola.

 

Se il pensiero dominante cela, trascura e svaluta il mondo cosiddetto comune, quello della massa di noi poveri cristi (minuscolo), di cui, per secoli, sono stati svalutati, trascurati e distrutti abiti, oggetti, strumenti, modi di lavorare, di nutrirsi, di socializzare, di vivere e di morire, le opere, cioè, dei senza potere, dei paria senza casta, Massimo Perugini, penetrando nel mondo agricolo artigianale di quegli anni, rimasto quasi intatto per secoli nella sua struttura, sceglie di andare semplicemente contro corrente.

 

 

Con tutta la forza e l'amore di cui dispone, si oppone alle cancellazioni materiali che hanno provocato e provocano inaccettabili vuoti di memoria; cancellazioni che, volenti o nolenti, attanagliano e trasformano, rendendo tutti sempre più proni all'osservazione distratta, al consumo rapido, al rapido guadagno, omologando pensiero e comportamenti, quasi meccanicamente, verso modi di vivere preconfezionati ("fast life").

 

Anche nella scuola, nei nostri desideri più che nella realtà pilastro della memoria storica, restano, purtroppo, ancora oggi, solo le cosiddette "grandi" opere.

 

Quello che non ha mai fatto testo, anche perché non scritto, seguita a non esistere, provocando l'analfabetismo di ritorno della nostra "modernissima" cultura dominante.

 

 

La pace e la guerra, la vita e la morte, che Massimo rappresenta, non sono fatte di grandi, scenografiche imprese; sono piuttosto una miriade di episodi, situazioni, emozioni, paesaggi, dimenticati o nascosti, seppur di valore inestimabile: mai vanamente epici, sempre capaci di suscitare sdegno o commozione o di farci avvertire lo straordinario, popolare, tessuto e vissuto del suo territorio, cui, da sempre, orgogliosamente, appartiene.

 

I grandi scenari bellici convivono con le fatiche della sopravvivenza quotidiana e Massimo restituisce loro valore, dando senso preminente alla vita.

 

Si ferma sul dolore per le centinaia di migliaia di morti inutili, misconosciute e disconosciute di Dresda, con la stessa attenzione e la stessa rabbia, con cui disegna, umile Guernica, lo straziante episodio di un asinello che, sulla strada per Trevignano, ha la testa troncata di netto da uno spezzone di bomba; bomba che uccide altrettanto miserevolmente il contadino braccianese che lo monta, che ha un nome ed un cognome, responsabile solo di passare per di là: vittima civile, come troppe altre, d'incivili eventi.

 

 

Non sono i tanti morti ad impressionare l'autore e chi legge, ma i tutti, che sono i tanti uno per uno, con la propria vita, la propria simpatia, il proprio lavoro: il semplice, straordinario, cioè, essere se stessi. La guerra è, anche e perciò, per Massimo, quella, minuta e terribile, apparsa per un attimo negli occhi del bambino che, affacciato al balcone di casa, a Ronciglione, vede arrivare coloratissimi aerei con coloratissime ogive.

 

Il "regazzino" li conta e grida di gioia che "sono due, no, tre, mamma, sono più di ieri, sono tanti"; e fantastica e gioca a fare il grande con la madre che stira nella stanza, mentre quei messaggeri di morte scaricano sul suo sorriso, sul suo entusiasmo, su tutto un paese "al lavoro intento", tonnellate di bombe.

 

Paesi, pieni di vita, di odori, sapori, rumori, affetti, costumi, opere, personaggi, mestieri, dai quali Massimo bambino rimane così affascinato da trasferire, in chi legge oggi, entusiasmo, dolore e sorpresa, attraverso il racconto minuzioso dei gesti, dei colori, delle parole, delle carezze, delle attenzioni, dei proverbi, delle merci, delle ricette.

 

 

Nostalgia, sì, ma non solo: per le emozioni, i movimenti perduti, gli itinerari scomparsi.

 

La memoria rivive lo splendido quotidiano: le fitte relazioni con i nonni, i tanti nonni, con le madri, le tante madri, le campagne, le botteghe, le vie e le piazze; i giochi pericolosi, i rapporti intessuti, gli aneddoti, le tradizioni, il dialetto e i modi di dire; e quella "necessità" economica e sociale, che si fa sostanza pedagogica quando, come avveniva allora, rende indissolubile il nesso tra esperienza quotidiana, regole ed insegnamenti, che nella vita, ancor più che a scuola, trovavano sostanza.

 

Episodi, ambiente, situazioni, che, attraverso il sorriso, vicino alle lacrime, che talvolta ti scendono dagli occhi, rivelano un territorio ricco di potenzialità e di risorse, sempre pronto a lavorare, progettare, trasferire conoscenze, competenze e manufatti verso l'Italia intera e oltre, grato, quasi, di poter dare se stesso come le proprie buone acque, a molini, industrie e fontane, giungendo lontano, anche a Roma e per secoli, a disegnare, quasi, un cordone ombelicale con il perfido, imperturbabile, Stato Pontificio.

 

 

Su tutto e tutti, (per niente) immobile, sta il Lago.

 

 

Mauro Sarnari