Tradizione e Innovazione nella Tuscia Romana

Azione di Recupero Culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La cultura siamo noi Noi la parola

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli - o c'è o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

Il materiale è redatto da Luciano Russo

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L'Inglisch de noiantri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma vvoj mette...

Ma ppe' qquale raggione?

 

Ma vvoj mette...

Ma ppe' qquale raggione?

Du' dritte pe' ccapi', fasse capi' (e nun c'ave' da vergognasse)!

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Ma vvoj mette...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che fantastico intruglio di xenofobia, xenofilia, xenomania e xenoignoranza è l’Italia!

In nessun altro Paese sviluppato (o, meglio, “in via di sviluppo”...) si conoscono
così poco lingue straniere come da noi e allo stesso tempo in nessun altro si fa tanto abuso di termini stranieri, soprattutto cosiddetti “anglicismi” o "inglesismi" o "americanismi", sostituendo con parole altrui - di cui tra l'altro spesso si ignora il vero significato - le proprie corrispondenti e meglio possedute parole italiane, di uso comune e perfettamente adatte allo scopo della comunicazione.

Questa
invasione di vocaboli inglesi, che con estrema facilità e disinvoltura andiamo esponenzialmente quanto passivamente adottando, vengono oggi addirittura “ostentati” nei massmedia da autonominati quanto dubbi “professionisti dell'informazione” e “nominati” (non eletti) altrettanto o ancor di più dubbi politici molti dei quali da quattro soldi e dal mondo dello "spettacolo" (!?), i quali, completamente ignorando altre lingue (non dovrebbe questo essere un requisito base in un mondo ormai globalizzato?) e, ancor peggio, evidentemente neppure la propria, li usano non di rado in modo completamente errato ed inoltre italianizzandone o dialettizzandone la pronuncia (il "Razzi Fatte-Li-Cazzi-Tua" di Crozza non è, purtroppo, né così raro né poi tanto macchiettizzato), cadendo così in un provincialissimo “italiglisch” o “itanglese” che potrebbe avere pure del comico...

 

 

Lo avrebbe se non li riducesse poi ad un "tragi-comico" ridicolizzarsi (loro e il Paese, tanto per cambiare!) in enormi figure di merda - manco a dirlo sempre più che volentieri riprese dai mezzi di comunicazione di massa stranieri per riderci sopra e a lungo - ad ogni tentativo di iterloquire con controparti o ospiti stranieri ovvero a ricorrere alla non solo costosa intermediazione linguistica di interpreti ma inoltre con la più svilente ed annoiante possibile delle perdite di contenuto, chiarezza, ritmo, vivacità e spontaneità nella conversazione e, quindi, di comprensione e, di conseguenza, interesse.

 

(Invece di far obbligatoriamente imparare almeno l'Inglese a presentatori, attori, politici prima di mandarli in TV - o, ancor peggio, all'estero a "rappresentarci" (immaginiamoci che teatrino!) - questi cretini ed incompetenti di ir-"responsabili", per ovviare a questa spaventosa ed oggi assolutamente inaccettabile lacuna nella formazione professionale di questi personaggi, risolvono il problema in modo che più "all'italiana" non si può, cioè mettendogli davanti un "gobbo" con la scrittura "fonetica" in italiano del testo inglese!...)


Una questione di
“audience” fa fare più bella figura di un problema di ascolti?

Lo
“spread” ci avrebbe ugualmente traumatizzato se fosse stato solo una differenza di rendimento?

Quando le truppe sono di
“peacekeeping” rende l'intervento meno militare?

Il
“question time” al Parlamento diventa più interessante che delle domande a risposta diretta?

Data l’inflazione dei
“day”, da Berlusconi a Vaffanculo, perché non la domenica un Padreterno Day?

Siamo entusiasti del
“ticket”, pur di non pagare il biglietto?

E vuoi mettere lavorare sottopagati in un
“call center” piuttosto che in un volgare centralino?

Chiaro che partecipare a un
“meeting” suona tutt’altro che andare ad una semplice riunione!...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma ppe' qquale raggione?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luso e l’abuso di parole straniere, specialmente la dilagante "modaccia" di quelle inglesi, viene fatto solo  dall’ignorante, il quale, proprio per la sua ignoranza, le carica di sensi che non hanno e quasi gode di quel certo potere “esoterico” evidentemente esercitato su loro stessi, sperando o contando che lo abbia anche sugli altri, di fatto banalmente a millantare la conoscenza di una lingua straniera che non ha...
 

Chi parla davvero lingue straniere sa di solito, prima di tutto e correttamente l'Italiano, quindi di "preso in prestito per farsi notare" non ha né motivo né bisogno di "sfoggiare" un bel nulla!

 

 

A parte l'uso inutile di parole straniere quando ne esistano di italiane (non c'è bisogno di chiamare una “baby-sitter” se abbiamo già una bambinaia a disposizione), e a parte l'uso improprio o il fraintendimento di parole che suonano "simili" alle nostre ma simili non sono affatto (sentir gridare a qualcuno “an accident to you!” per augurargli “te pijasse 'n'accidente” oppure verder preoccuparsi che qualcuno stia morendo venendolo a sapere “in agony”), ci sono poi errori eclatanti come quelli di:

 

- mettere la “s” del plurale (i “fans” - se proprio dobbiamo prendere a prestito la parola - anche se sono tanti rimangono “fan” nel contesto di una frase italiana, dato che la nostra lingua possiede - ancora e fino a prova contraria - sia bellissimi “articoli”, come in “i” fan, che stupende “preposizioni articolate”, come in “delle” fan, a definirne con precisione sia il il numero che il genere, mentre il più sintetico, o diciamo “meno articolato”..., Inglese “the”, “of the”, non facendo differenza, di tutto ciò non comunica assolutamente niente!);

 

- omettere la “’s” del cosiddetto “genitivo sassone”, mostrando quindi chiaramente di non capire la subordinazione delle parole;
 

- confondere ancora il sostantivo con l’aggettivo, cioè sostanza con attributi, in combinazioni di parole ed espressioni che per le regole dell’Inglese mettono l’aggettivante prima del sostantivo, dall’ignorante percepite secondo le sue di regole, più scaltre, tipo “la prima parola è più importante, la seconda meno” ed, omettendone spesso proprio la seconda in quanto ritrnuta “secondaria”, di fatto svuotano, deturpano o falsano completamente il concetto (tanto per capirci, ad esempio un accounting manager non è un “accounting”, ma un “manager” che si occupa di accounting!).
 


Nel campo scientifico e, soprattutto,
nell’informatica l’Inglese domina e, in parte, con la ragionevole spiegazione che sia ricerca e sviluppo che commercializzazione in quei settori vengano fatti soprattutto, o immaginati come soprattutto fatti, negli Stati Uniti (“d’America” non si scrive più, come fossero i soli ad essere uniti o addirittura si dice semplicemente “America”, ignorando quidi il resto non di uno ma due continenti: davvero incredibile fino a che punto la loro oltremodo riuscita colonizzazione politico-economico-culturale postbellica ci abbia asservito il cervello e schiavizzato nei comportamenti!...).


Da notare però come i termini da noi ormai così disinvoltamente usati nell’informatica siano appunto
creati da tecnici stranieri spesso prendendoli sì loro a prestito in mancanza di propri e duardacaso dal Latino, che per la loro mancanza di studi umanistici non conoscono e non comprendono a fondo (ma che, al contrario perdio, rimane pur sempre radice essenziale del nostro Italiano!), inoltre nel loro palese - e purtroppo anche questo almeno in parte riuscito - tentativo di “umanizzare” le loro nonostante tutto rudimentali macchinette, “deumanizzando”allo stesso tempo la incomparabile ricchezza, complessità e capacità di pensiero e di espressione dell’uomo, cioè chi la macchina idea, costruisce ed usa.

 

 

Il forzato adattamento al ribasso dell’utente alla macchina è palese, documentato e quindi "storico", dall'abrutente sistema di comandi del primo sistema operativo "DOS" (di cui sulle tastiere ci rimangono caccole di un linguaggio idiota, ad esempio in scorie come "ALT" - "CTRL" - "DEL" ecc), fino a questo ormai onnipresente ed infestante mondo di "finestre", o “Windows”, che ci ha fatto fare di un aggressivo furbetto senza scrupoli l’uomo più ricco del mondo.


Per cui quello che dovrebbe essere il nostro servitore e maggiordomo, l’
"ordinatore", è invece diventato per molti ormai l’onnipotente onnipresente dio Computer (che in Inglese significa pari pari "calcolatore", tradotto ordinateur in Francese e in Spagnolo ancor più letteralmente computador, in modo che la gente possa capire appieno quello che sta usando, senza troppi nebbiosi "misticismi" e mistificazioni di concetti e di parole a fini puramente commerciali), in tutte le sue manifestazioni di Pad (una simile "tavoletta" per scrivere i Romani la usavano già 2500 anni fa e ancor prima di loro i popoli medio-orientali!) e Mobile (nonostante da solo non si riesca a muoversi un millimetro e a portarcelo dietro ovunque siamo noi, perfino al cesso!).

 

 

È uno di quegli dei che s'incarna, muore e risorge alla velocità della luce, sempre "di ... (pen)ultima generazione", perché infatti non fai in tempo a comprarlo che è già obsoleto: sempre più Smart ("intelligente" un corno, elabora solo e velocemente una “quantità” di dati), superdotato di una Memory sempre più capiente (la "memoria" è davvero tutt’altra cosa!), a sempre più alta tecnologia Hyper, (pur se rimane in esclusiva umano il vero pensiero "associativo"!), sempre più modernamente Multimedial (solo perché siamo noi a saper apprendere e comunicare "attraverso più sensi e mezzi"), sempre più innovativamente Interactive (quando inter-attivi sono solo gli animali - tra cui noi, unici esseri cosiddetti "sociali" o almeno verrebbe da aspettarsi)...

 

Mamma mia, la confusione ma, soprattutto, che manipolazione!

 

 

E tanto più cadiamo vittime autosacrificali di queste "mode infatuanti dell'altrui", esaltando qualsiasi cosa - basta che venga da altrove, tanto più e in rapporto inversamente proprorzionale, spesso addirittura senza accorgercene, disistimiamo quell'incommensurabile patrimonio che abbiamo senza alcun merito ereditato "qui" dai "nostri" e, indirettamente, anche noi stessi!

 

Ci sarà pure una qualche ragione se tutti questi "altri" ce lo invidiano all'inverosimile, tanto da imitarlo e scopiazzarlo, tanto da voler contiuare a venire qui da noi a conoscerci, nonostante tutto quello che da noi notoriamente non va, tanto addirittura da essere disposti a pagarci pur di respirarlo e gustarlo, fosse anche solo per un solo attimo nella loro vita, tanto da essere invogliati a studiare la nostra storia, arte e cultura, cucinare il nostro cibo e imparare la nostra lingua...

 

 

Torniamo quindi ad amarla e curarla questa nostra lingua e ad essere un po' più coscienti ed orgogliosi di quello che siamo: Italiani.

 

(Beninteso: impariamo comunque e bene anche l'Inglese - of course e pure naturally, tijè!)