Tradizione e Innovazione nella Tuscia Romana

Azione di Recupero Culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La cultura siamo noi Noi la parola

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli - o c'è o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

Il materiale originale in questa pagina è © Bruno Panunzi e De Luca Editore: la Redazione ringrazia l'autore e l'editore   per averne autorizzato la riproduzione, la rielaborazione, l'adattamento e la pubblicazione nel portale [Struttura della Redazione]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Bracciano e gli Orsini – Tramonto di un progetto feudale"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Gentil Virginio Orsini: vita e imprese di un feudatario romano" (continua)

[Terza parte]

 

Da "Il '400 a Roma e nel Lazio"

"Gentil Virginio Orsini: vita e imprese di un feudatario romano"

[Prima parte]

[Seconda parte]

[Terza parte]

[Quarta parte]

[Quinta parte]

[Sesta parte]

[Settima parte]

 

Welcome to our portal! "Bracciano's Castle – Impregnable fortress, magnificent palace"

"La breve 'stagione' di Juan Borgia tra Bracciano, Ostia e Roma"

"Il 'Palazzo fuori della Porta', municipio di Bracciano"

"Il cannocchiale conteso"

"Girolamo Gastaldi: il cardinale contro la peste"

 

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"Gentil Virginio Orsini: vita e imprese di un feudatario romano" di Bruno Panunzi (continua)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Terza parte]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberto Malatesta, cui era stato affidato il compito di eliminare le ultime resistenze nemiche, morì il 10 settembre probabilmente di malaria, lasciando al Riario ed all'Orsini il compito di finire quella triste guerra da soli, poiché le truppe veneziane, malgrado le promesse e le preghiere del Papa, ripartirono subito.

 

Nel difficile assedio di Cavi, importante piazzaforte colonnese, Girolamo Riario si lasciò andare a violenze incredibili, arrivando a distruggere la chiesa di S. Stefano piena di gente che vi cercava rifugio, con il pieno consenso del Papa che aveva ordinato, se necessario, di uccidere tutta la popolazione.

 

Gentil Virginio, ben comprendendo che il completo annientamento dei Colonna poteva essere fatale anche per la sua famiglia, cominciò a prendere le distanze dal Riario riservandosi a Cavi un ruolo di tecnico militare e sperimentando per la prima volta in grande l'uso delle artiglierie.

 

Per l'assedio si fece mandare da Roma 20 carri di bombarde di travertino rotonde e due carri di torce da bruciare per uso del campo, per dare battaglia di notte e per seppellire i morti.

 

Le bombarde furono lavorate a Marmorata ed materiale si ottenne finendo di distruggere un antico ponte romano sul Tevere chiamato di Orazio Coclite.
 


Il riavvicinarsi a Roma dell'esercito del duca di Calabria unito alla scarsità di truppe, indussero Sisto IV a trattare la pace, che fu firmata il 12 dicembre, concludendo la guerra di Ferrara con la reciproca restituzione delle terre occupate.

 

In una delle clausole del trattato di pace si stabilì che sarebbero state riconsegnati ai Colonna i loro feudi, mentre il protonotario Lorenzo Colonna avrebbe restituito agli Orsini le contee della Marsica contro il rimborso dei 12.000 ducati da lui pagati a re Ferrante per l'investitura.

 

L'applicazione di tale convenzione, male accettata dalle parti, riaprì la guerra nei rispettivi feudi per tutto 1483, aggravata da un arbitrato di Gerolamo Riario partigiano a favore di Gentil Virginio in modo insultante.

 

Nel maggio 1484 anche Roma cominciò ad essere sconvolta dalle lotte fra le due fazioni ed il Papa, tramite i più prestigiosi cardinali della Curia, invitò il protonotario Colonna a presentarsi in Vaticano per arrivare ad una composizione della vertenza.

 

I partigiani di Lorenzo, temendo per la sua sicurezza, gli impedirono di recarsi dal Papa, dando cosi pretesto a Girolamo Riario ed a Gentil Virginio di assalire le case dei Colonna con quasi 4.000 uomini che misero a sacco l'intero quartiere colonnese.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Le circostanze della cattura del protonotario sono particolarmente importanti per comprendere la personalità di Gentil Virginio, che si dimostrò dotato di un non disprezzabile intuito politico ed umano che gli farà adottare, in quella come in diverse altre circostanze, una equilibrata misura di comportamento.

 

Anche se non volle o non riuscì ad evitare la morte atroce di Filippo Savelli e di altri colonnesi, si oppose alla uccisione di Lorenzo Colonna con una sorta di rispetto cavalleresco per un uomo in cui riconosceva i medesimi connotati di casta, e con una sfumatura di calcolo politico per mantenersi una via aperta alla conclusione ancora non sicura dell'episodio.
 


Scrive l'Infessura

 

"Et trovaro lo protonotaro incluso in una camera, assiso sopra una cassa, et ferito in una mano alloquale dissero che andasse presone; et lui li rispose: 'ammazzateme prima'.

 

Alhora li disse lo Signor Virginio: 'arendite a me, et non havere paura'.

 

Et allhora disse: 'Io sono contento'; et così lo menaro... et lo protonotaro, sotto la fede dello ditto Virginio, fu menato allo Papa in iuppetto avvengo che dopo lo fosse prestato una cappa de nero et quando se menava, lo conte Hieronimo li disse:

 

'an, an, traditore, che come iongi che te impicco per la gola'

 

et lo Signor Virginio li rispose:

 

'Signore, impicarai inanti me, che lui'; et più volte cacciò lo conte Hieronimo lo stocco, et ammennollo per volerlo occidere et lo ditto signor Virginio sempre se contrapose, et non volle mai che li facesse male".
 


Sisto IV, ormai sofferente da più di un anno, non seppe opporsi al nipote, e malgrado le suppliche di parecchi cittadini e l'intervento indignato del cardinale della Rovere, ordinò la decapitazione del protonotaro che fu eseguita a Castel S. Angelo il 30 giugno.

 

Gentil Virginio, non sappiamo con quali sentimenti, presenziò all'esecuzione con il Riario quindi ripartì subito per guerreggiare contro i Colonna e pose l'assedio a Paliano.

 

Le notizie delle difficoltà incontrate a Paliano e l'aggravarsi della sua malattia, il 12 aprile portarono alla morte il Papa, provocando lo sbandamento delle truppe pontificie che abbandonarono l'assedio; Girolamo Riario si rifugiò nel castello Orsini di Isola, mentre sua moglie Caterina Sforza, mostrando tutt'altro coraggio, si impadroniva di Castel S. Angelo che rivendette tardi al collegio dei cardinali.
 

(Continua)