Tradizione e Innovazione nella Tuscia Romana

Azione di Recupero Culturale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cerca una parola nel portale | Ricerca avanzata | Indice di tutte le parole | Mappatura del portale | Gli ultimi aggiornamenti

 

 

 

 

 

 

La cultura siamo noi Noi l'immagine

La società siamo noi, noi la cultura e la nostra storia:  la cultura non ha comparti né livelli - o c'è o non c'è.

Proteggiamo la cultura popolare, madre di tutte le culture!

L'idea originale e la ricerca base per questo articolo sono © Massimo Perugini

Le immagini sono © dei rispettivi proprietari ed editori

Il materiale in questa pagina è redatto, editato e completato da Luciano Russo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Orson Welles a Bracciano" di Massimo Perugini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da il settimanale Tempo, A. IX, N. 51, Milano 20-27 Dicembre 1947

"Il pranzo della pace"

"Pizza e filetti di baccalà"

"L'americano più intelligente"

 

Orson Welles Il più grande regista del XX secolo  

Black Magic "La più grande pellicola degli ultimi 10 anni!"  

Don Quijote de Orson Welles (Don Chisciotte)  

Da il settimanale Tempo, A. IX, N. 51, Milano 20-27 Dicembre 1947

 

 

Massimo Perugini Una presentazione 

Luciano Russo – Una presentazione

 

Prima pagina del sito

Mappa del sito

 

Prima pagina del portale  

Mappa del portale

Libro dei Visitatori

 

Da il settimanale Tempo, A. IX, N. 51, Milano 20-27 Dicembre 1947

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per aiutare a meglio comprendere la particolarissima atmosfera di quell'irripetibile periodo storico e lo spessore di Orson Welles sia a livello privato che professionale, qui di seguito l'articolo di Emanuele Rocco - una vera rarità! - dall'originale del numero del settimanale Tempo di oltre 60 anni fa, oggi di proprietà di Massimo Perugini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Il pranzo della pace"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Il pranzo della pace

 

 

Togliatti ammise che i comunisti facevano poco per farsi capire dagli americani e Orson Welles riconobbe che in America c'è incomprensione per la sinistra europea; e poiché al tavolo della pizzeria c'erano altri esponenti di diverse e opposte tendenze politiche e tutto si svolse nella pia completa cordialità e comprensione, si convenne che quello fosse veramente il pranzo della pace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roma, dicembre
 


Orson Welles giunse a Roma il 10 novembre e il giorno dopo fu proclamato dall'“Unità” B.B.U. '47.
 

Accadde infatti al giornale comunista di scambiare in tipografia il cliché di Welles con quello di un partecipante al concorso “Bambino Bello Unità 1947”, e in quella foto il regista americano aveva la barba lunga.
 


Welles a Roma è venuto come attore, per interpretarvi “Cagliostro”: un film diretto dal regista russo-americano Gregory Ratof e tratto dal rornanzo di Dumas “La collana della regina”.
 

Tratto però alla buona, quasi quanto alla buona Dumas aveva tratto il suo racconto dalla storia.
 

Si è rischiato di vedere nel film Luigi XV battere sulla spalla al futuro Luigi XVI e dirgli “Figlio mio”.
 

Chi vi cercasse poi il cardinale di Rohan rimarrebbe deluso.

Rohan ha nel romanzo di Dumas la parte del debole lievemente cattivo; nel film invece diventa cattivissimo, non è più cardinale e non si chiama più Rohan.
 


Welles non è però venuto in Italia solo per “Cagliostro”, è anche giornalista e si interessa un poco a come van le cose nel nostro paese.
 

Un'idea se l’è fatta al vedere la faccia contrita di un suo collega inglese che se ne è andato al Foro, vestito da antico romano, per recitarvi, sui rostri, l'orazione di Antonio del “Giulio Cesare” di Shakespeare.
 

Credeva di far chissà cosa e nessuno se ne è interessato.
Ha poi letto il questionario che vien dato da riempire a chi, come lui, scende in un albergo: c'era segnata la domanda “razza?”.
Ci ha scritto sopra “negra” e non ci ha pensato più.
 


Infine domandò di incontrarsi con qualche uomo politico italiano, segnalatamene con Togliatti.
 

L'incontro lo combinò Barzini, con l'aiuto di un giornalista comunista, ed ebbe luogo lunedì 8 da “Romualdo”.
 

È “Romualdo” una piccola pizzeria sita in Piazza della Torretta; Togliatti cominciò a frequentarla quando venne a Roma.
 

Il fatto si riseppe e la curiosità, che accompagna i nostri uomini politici, richiamò gente.
 

La piccola pizzeria ebbe più clienti e aumentò lievemente i prezzi.
Chi ci rimise in definitiva, oltre ai vecchi clienti, fu proprio Togliatti.
È una pizzeria alla buona dove vanno vecchi romani a bere mezzo litro sui tavoli disuguali.
 

Furono accostati due tavoli e la cena incominciò: erano le 9 di sera.
A tavola si era in sette: Togliatti, Welles, Barzini, Gorresio, Pallenberg (“Lei ha scritto molto di me senza conoscermi”, gli disse Togliatti), un giornalista comunista ed Emmet J. Hughes, corrispondente di “Time” e imputato nel processo per diffamazione intentato da Togliatti a quella rivista.
 

L’imputato sedette accanto al querelante.
 

Di fronte a Togliatti prese posto Welles.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Pizza e filetti di baccalà"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di fianco a Orson Welles c'è Barzini, che faceva anche da interprete.

Quello che allunga la mano per prendere uno stuzzicadenti è il giornalista Pallenberg.

È poi visibile la famosa nuca piatta di Vittorio Gorresio, quella che gli ha valso il soprannome di "cucchiaio di legno".

A destra, voltato di spalle, Emanuele Rocco, che conversa con Emmet J. Hughes.

In fondo Togliatti: non dorme, come sembrerebbe, ma ha solo chiuso gli occhi, feriti dall'improvviso lampo del magnesio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cena cominciò allegramente: Togliatti, Welles, Barzini e Hughes si misero a parlare tra di loro in spagnolo.
 

Dicevan lunghissime frasi ma si seppe poi che facevano solo delle gran dichiarazioni su quanto fosse difficile imparare il castigliano e quanto facile il disimpararlo.
 

Lo spagnolo presto languì.
 

La conversazione riprese in italiano - solo di tanto in tanto i due americani pronunciavano qualche frase nel loro idioma e allora Barzini traduceva, Pallenberg come interprete si dimostrò infingardo - e si aggirò dapprima su argomenti banali.
 

Si scherzò sul fatto che Barzini e Gorresio fossero diventati di sinistra - fra i liberali si intende - e Welles rise forte, scoprendo i denti e facendo voltare un paio di avventori, che non sapevano darsi ragione di tanta allegria.
 

Togliatti rise sottile, senza mostrare le gengive.
Welles aggiunse qualche malignità sui liberali italiani e Barzini tradusse con gran gesti di protesta.
 

Fu insegnato ad Hughes a non versare il vino “alla traditora”, rovesciando cioè il collo della bottiglia dalla parte esterna del braccio.
 

“In Sicilia, per una cosa del genere, la sfiderebbero a duello”, dissero contemporaneamente Togliatti ed un altro convitato.
 

Welles trovò modo di scandalizzarsi per certe affermazioni di un giornalista italiano secondo le quali alla base del conflitto fra Cesare e Bruto, quello culminato in alcune coltellate, non ci fossero altro che cambiali insolute.
 

Quando poi il medesimo giornalista si mise ad esaltare il paganesimo: “È perverso”, disse Welles in italiano.
 


Fu ordinata una pizza e gli americani vi aggiunsero i filetti di baccalà.
 

Hughes li trovò ottimi, Welles ne mangiò solo mezzo.
 

Si mangiò distrattamente però: perché la conversazione s'era fatta interessante, entrando nel delicato tema della collaborazione internazionale.
 

Fu una strana conversazione in cui le frasi più spesso ricorrenti erano: “È giusto”, “È vero”.
 


Cominciò Togliatti col lamentarsi dell'incomprensione americana nei confronti della sinistra europea.
 


“È vero”, ammise Welles.
“Ma non tutti quelli che han votato per Roosevelt sono morti in America.
C'è oggi una impossibilità, da parte di questo strato dell'opinione pubblica che pure lottò al fianco dei lavoratori europei, di mettersi in contatto con la sinistra europea.
Voi fate poco per ovviare a questo”
.
 


“È vero”, ammise Togliatti.
 

E la conversazione continuò su questo tono.
 

“In questo momento”, disse Welles, “ci sono molti giornalisti americani che incontrano loro colleghi al bar e dicono: “Devo scrivere un pezzo sulla situazione in questo paese”.
 

“Hai visto i comunisti?”, domanda il collega.
 

“Non ci sono riuscito. Dimmi cosa credi che pensino”.
 

"Mah, forse la penseranno in questa maniera”.
 

“Hai ragione”, conclude il collega che deve scrivere il pezzo e sulla base di questa deduzione lo va a scrivere.

 

Ora ditemi”, concluse Welles, “tra il pericolo che si inventino pezzi e quello che qualche dichiarazione di uomini responsabili comunisti venga, in buona fede o in mala fede, parzialmente travisata, il secondo pericolo è indubbiamente il minore”.
 

In sostanza Welles chiedeva una maggiore accondiscendenza da parte dei comunisti nei confronti delle necessità di informazione dei giornalisti americani.
 

E Togliatti non gli diede torto.
 


“C’è un paese in America dove i comunisti sono forti?”, domandò Togliatti.

“No”.
“Un quartiere di una città?”.
“No”.
“Una strada?”.
“No”, disse Welles, ma poi ammise che i comunisti americani sono forti in seno all'Unione Scaricatori del porto di San Francisco.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"L'americano più intelligente"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Onorevole, voglio che sorrida", disse il fotografo americano a Togliatti.

Togliatti lo accontentò a metà.

Accanto al leader comunista è ritratto Emmet J. Hughes, corrispondente di "Time" e “Life" e imputato nel processo per diffamazione che Togliatti ha intentato a "Time".

Tra l’altro, nell'articolo incriminato, si diceva che "sul doppiopetto blù del leader comunista italiano c'erano tracce di sangue".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si parlò di nuovo dei liberali italiani e Togliatti disse a Gorresio quello che essi debbono fare.
 

Gorresio faceva di sì, diceva “È giusto”, “è vero”.
 

Barzini annuiva, e quando Togliatti parlò del piano Marshall e dell’elemosina che “impoverisce chi la fa e chi la riceve”, Barzini disse che lui aveva scritto tre articoli sostenendo all'incirca le stesse cose.
Risultò che nessuno li aveva letti.
 


La gara a darsi ragione continuò per un pezzo e quando il giornalista comunista, a Gorresio (il quale sosteneva che i liberali non han da essere anticomunisti e porsi alla destra della Democrazia Cristiana), rinfacciò: “Ma voi sul Risorgimento non avete mai fatto quella politica che adesso tu difendi”, la frase risultò ostinata e fuori posto.
 


Intervenne il fotografo di “Time” e tutti si misero a scherzare asserendo di non volere che la propria fotografia finisse negli archivi del Dipartimento di Stato o del Cominform.
 

Welles brindò al giorno in cui “uomini di fedi diverse potessero farsi fotografare tranquillamente intorno allo stesso tavolo senza che nessuno pensasse male e senza timore”.
 


La conversazione riprese il tono idillico.
 

Ricominciò l'altalena di “È giusto”, “è vero”.
 

Poco mancò che gli americani rispondessero così a Togliatti il quale dimostrava loro (“è tanto bello sentir dire questo ad un americano”, disse Gorresio, “che passo sopra volentieri a certi nessi logici che come liberale non posso accettare”) come l'America possa apparire un paese politicamente non progredito, una forma di democrazia arretrata.
 


Si riparlò della collaborazione internazionale.
“Oh! Qui si parla della pace”, scattò Gorresio.
“Forse è il solo tavolo d'Europa in cui se ne parli”, disse un altro.
Fu unanimemente giudicato che un cognac ci voleva.
 


Era l’una e un quarto.
La cena era durata quattro ore e un quarto.
Togliatti doveva tornare alla direzione del Partito dove aveva da finire un lavoro.
Per strada disse a chi lo accompagnava:

“Questo Welles è l'americano pin intelligente che abbia conosciuto”."



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La foto di copertina, la cui qualità cartacea e di stampa è senz'altro superiore.
La redazione l'ha inoltre resa "leggibile" al grande pubblico apponendo su ciascun personaggio una targhetta identificativa con il rispettivo nome.

Da sinistra a destra e dall'alto in basso: Orson Welles, attento nell'ascolto di Rocco ma altrettanto pronto alla battuta, Palmiro Togliatti, seduto di fronte a Welles e temporaneamente  accecato dal lampo del magnesio del fotografo del "Time", Emmet J. Hughes, parzialmente nasccosto e rivolto a Emanuele Rocco, l'autore dell'articolo appunto Emanuele Rocco, di spalle, Vittorio Gorresio, anche lui fortemente tagliato nella foto, il braccio di Pallenberg (unica cosa visibile di lui) alla ricerca o di una ennesima sigaretta o di uno stecchinoed infine, e, a fianco di Orson Welles, il mitico Luigi Barzini Junior, interprete della eccezionale comitiva.

 

È evidente come la frugale cena sia terminata da un pezzo: secondo le maniere della semplice osteria nulla viene tolto dai tavoli, quasi un ruvido invito agli ospiti a finalmente andarsene e liberare i posti - piatti, bicchieri, posate, piattini, tovaglioli, pacchetti di sigarette mezzi vuoti, tazzine del caffè.

Ma si continua a discutere, perché la cena è solo un pretesto e poi tra poco arriverà anche l'"ammazzacaffè"!

La incredibile bellezza estetica della foto sta proprio nella sua immediatezza, senza pose di sorta, nella sua cruda ma fortissima povertà "coreografica" di immagine documentaria - e documento stupendo è: l'abile occhio del fotografo centra il tavolo, non solo per far rientrare tutti i personaggi nello stretto angolo di un normale obiettivo, ma perché è lui il vero protagonista - un umile eppure così importante "tavolo della pace" per una sera, mentre, a Secondo Conflitto Mondiale vinto di fresco, i vecchi Alleati già si avviano a passo sempre più lesto verso un nuovo e ancor più biasimabile tipo di guerra, quella "fredda" che con se porta la terribile minaccia delle armi atomiche!

 

E passati più di sessanta anni, dopo quattro generazioni, senza ormai neppure accorgercene più, viviamo ancora oggi - noi, i nostri figli ed i figli dei nostri figli - in questi interminabili strascichi di morte, dove angosce profonde e terrore per le "vecchie" armi di distruzione di massa vengono efficacemente anestetizzati con mediatici bombardamenti a tappeto di irrilevanza mai vista, attraverso l'uso sapiente delle "nuove" armi di "distrazione" di massa, televisione e web in testa: i Regimi tornano, le società regrediscono, etica e morale sono in via di estinzione, disoccupazione e povertà dilagano, il futuro non è definitivamente più quello di una volta se mai sarà tale di nuovo - ma la vita è sempre una festa, anzi un "festino", cui non siamo neppure invitati, ma cui - volenti o nolenti - siamo costretti ad assistere apparentemente impotenti.